“Non parlo delle cose che non conosco!!!” diceva Nanni Moretti nel famoso sfogo di Sogni d’Oro. La posizione è sciovinista e io non riesco ad abbracciarla, visto che spesso mi si fa notare che parlo lungamente di film che non ho visto.
Però tra una chiacchierata tra amici e redigere la voce di un dizionario la distanza è notevole. Anche se è un dizionario della moda, anche se è un dizionario sul web.

Non so perché il signor Maurizio Vetrugno abbia deciso che la voce “Cyberpunk”
aveva una ragione di essere inserita nel Dizionario del sito dellamoda.it
Io resto perplesso nell’apprendere che il Cyberpunk sia mai stato “un Movimento giovanile” e una “moda più o meno spontanea” che “In termini strettamente sartoriali si fa partire dal 1983” e sartorialmente denotato da “bende e garze esibite per la strada come orgogliosi badges”. Cosa c’entreranno le garze?!
Forse quello di cui parla Maurizio è lo stile post-atomico alla Mad Max, mi dico. Infatti lo dice! Però poi aggiunge, di punto in bianco, che “Per definizione” – non si sa data da chi – “nello stile cyberpunk viene coniugata l’attenzione in senso lato per la cibernetica”. Non pago, Maurizio s’impunta anche a voler definire il filone di ricerca aperto da Norbert Weiner negli anni ’40 e che studia la teoria generale dei sistemi complessi, basandosi sul concetto di feedback e non “l’intelligenza artificiale a partire da un modello biologico” (quelle – se mai – sono le reti neurali).

Quindi il termine Cyberpunk unirebbe la cibernetica all'”eredità punk”, dove però – specifica Maurizio – “l’accento in questo caso viene posto sul termine eredità nel senso di ciò che rimane.” E continua “Ecco dunque apparire una tribù di creativi riciclatori che dagli inutili rottami di una civiltà tecnologicamente avanzata ricavano sculture mobili e dragster.” (e rieccoci a Mad Max)

In tutto questo profluvio di parole a caso, Internet non viene neanche nominata. Peccato, visto che le reti di computer sono il cardine dell’immaginario cyberpunk.

Quando il dotto signor Vetrugno raggiunge l’apice quando arriva alle citazioni letterarie. Ci si aspetterebbe che partisse da Bruce Bethke e dal suo racconto intitolato “Cyberpunk”, appunto, o almeno da William Gibson e dal suo romanzo “Neuromancer” dove viene coniato il termine cyberspace. Invece no, i “padri nobili del movimento” vengono indicati in William Burroughs e J.C. Ballard che  c’entrano poco o nulla (mentre avrebbe molto più ragionevolmente potuto citare Philips K. Dick), e Bruce Sterling, il quale pur essendo un esimio esponente di questa corrente letteraria è comunque un dichiarato discepolo di quel William Gibson che non viene neanche nominato dal eccelso redattore del dizionario.

Eppure, per concludere, caro Maurizio Vetrugno, sarebbe bastata una semplice ricerca su wikipedia per scoprire che il Cyberpunk non è un movimento giovanile ma:

“una corrente letteraria e artistica nata nella prima metà degli anni ottanta nell’ambito della fantascienza, di cui è divenuto un sottogenere. Il nome si fa derivare da cibernetica e punk e fu originariamente coniato da Bruce Bethke come titolo per il suo racconto “Cyberpunk,” pubblicato nel 1983, anche se lo stile fu reso popolare ben prima della sua pubblicazione dal curatore editoriale Gardner Dozois. Il Cyberpunk tratta di scienze avanzate, come l’information technology e la cibernetica, accoppiate con un certo grado di ribellione o cambiamento radicale nell’ordine sociale.

Tra gli esponenti più noti vengono comunemente indicati William Gibson, per i racconti e romanzi fortemente innovativi e caratteristici dal punto di vista stilistico e delle tematiche, e Bruce Sterling, per l’elaborazione teorica. Bruce Sterling ha definito il cyberpunk come «l’integrazione del mondo high tech e della cultura pop, specialmente nel suo aspetto underground».”